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DISERTORE

 

disertore fra le rovine di Geddesh

Che sia pentito, se pure fosse sintomo di pentimento la costernazione che per un attimo mi ha assalito, nella remota ipotesi che vi sia stata un’antica mia forma di volontà (di cui si opina nelle diverse lingue), della quale inconsapevole ho favorito la condizione, insomma se devo confessare di provare dolore, di desiderare che non fosse mai cominciato, di sperare ancora in un prodigio che metta fine al compimento ormai quasi compiuto, io confesso che niente di tutto questo ora di me sono.
In una delle ultime notti ero sveglio al buio nel silenzio. Non ero corpo disteso, ma pensiero di me sospeso nel silenzio del buio nella notte. Non ero solo pensiero di me, ma me riflesso di pensiero. Perchè i pensieri sfuggono potrebbero sembrare assoluti. E’ così, tante delle visioni a cui la mente assiste calano nell’immaginario come vapore risucchiato da una finestra socchiusa. Oceani di pensieri alitano da altrove a altrove. Infiniti, mai immobili pensieri, da scacciare se orribili ma pur sempre solo pensieri, o da leggere, osservare, farne una copia per quando sarà tempo di avere dei ricordi. 
Mi è accaduto in quella notte di sapere. Di essere certo. Non ho avuto dubbi. 
Prima di aprire gli occhi nell’ ombra e udire il sìbilo del profondo silenzio, poco prima di ascoltare e vedere, per un tempo durato il tempo utile perché sia vissuto quel tempo, ho seguito gli echi di sacrifici regolati secondo le interessanti attrattive disponibili, lusinghe e adulatori sorrisi, mormorii di trame sfiorarsi tra mascherate di odio e fasti fatali.
In realtà è tutto vero. Reduce da chissà quale frontiera, calpesta, per quanto accorto voglia apparire, calpesta. E rumore, rumore, rumore e polvere alza. Tanta da soffocare , anche da solo. Solo come un uomo sa fare. 
Prima di aprire gli occhi nell’ombra ho riconosciuto lecito astenermi. Un impegno, un dovere, secondo motivazioni ragionevoli. Ragionevoli fino all’inverosimile, ultimo e primo. Chiaro si è presentato a me gradito fine qualche giorno dopo, mentre sfogliavo una rivista scelta a caso fra le diverse sparse sul tavolino della sala d’aspetto dello studio del dottor Vaas. 
Mentirei se dicessi di aver deciso allora. Ma senza dubbio non ho fatto nulla per accertarmi che non era possibile tentare di impedire quanto era ormai prossimo a compiersi. 
Forse avrei potuto, ma non l’ ho fatto perché non ho voluto. E tante sono le ragioni. Per prima cosa dopo aver osservato la fotografia in quella rivista che a caso avevo scelto per sfogliare in attesa di esser ricevuto dal dottor Vaas, la mia prima azione è stata poggiare la rivista sul tavolino accanto alla sedia grigia poggiata alla parete di fronte a me seduto su una sedia grigia nella sala d’aspetto vuota. Poi mi sono alzato, lentamente. Ho detto buonasera e sono uscito. Sono uscito perché ho capito che il dottor Vaas avrebbe forse saputo indicarmi farmaci che avrebbero potuto regolare la salutare forma del mio corpo che da qualche tempo soffriva probabilmente di disturbi circolatori. 
Spesso di giorno parte della mano, la destra o la sinistra, a volte anche parte delle gambe, entrambe senza distinzione, mai contemporaneamente le due mani o le due gambe o una mano ed una gamba , spesso accadeva che parte del mio corpo s ’ irriggidisse addormentata, ne perdessi sensibilità. Poi un formicolìo pungente la risvegliava . 
Una cattiva distribuzione di sangue ai tessuti, secondo le mie profane conoscenze di medicina, era la causa delle anomale sensazioni.
Di notte mi svegliavo perché un braccio, la spalla , il tronco intero, sembrava scolpito in dura materia.
Non è un caso che in quei giorni leggessi le“Favle” di Eugeo Carolo che da tempo cercavo e che finalmente ero riuscito a procurarmi grazie ad un vecchio libraio di Gulinghen conosciuto anni fa. Gostad è una persona difficile ma rispetta sempre la parola data.
Come spiegava Gostad nella lettera, quell’edizione delle “Favle” era di sicuro la più attenta all’originale autografo perchè redatta dal codice di Gelshöel, il più attendibile per le opere di Eugeo.
E’ stato verosimilmente un caso invece aver avuto la possibilità di vedere quel giorno, nella rivista sfogliata a caso, fra le sedie grigie della sala vuota, una fotografia che ritraeva un busto antico, ritrovato poche settimane prima negli scavi di Geddesh, che gli archeologi ritenevano raffigurasse Eugeo Carolo di Colofone, vissuto presumibilmente fra la fine del V e l’inizio del IV secolo. La somiglianza del mio volto al volto della scultura era di sicura evidenza.
In ogni caso, se pure esiste una logica superiore che ha predisposto una facile risoluzione del mio stato, non ha per me alcuna importanza. Confido nell’interesse della mia integrità rispettata e custodita in qualità d’innegabile forma d’arte.
Qui, fra l’umido di questa terra antica, secoli fa Eugeo avrà posato la sua immagine per preservare nel marmo di Cillide, col ricordo di sé, la sua opera. Qui aspetterò che tutto sia compiuto. E non avrò timore come Eugeo racconta di Pirione trasformato in statua di granito. Per il giovane persiano la metamorfosi era un castigo, una condanna a morte. 
Me attendono invece lucide visioni, storie sospese e non ancora iniziate. Sicuro nella fortezza del mio corpo di dura pietra.

Pietro Moretti

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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